L’enormità delle parole pronunciate da Vladimir Putin sulla cancel culture

Tra le mie specialità non c’è il moralismo, quindi se è diventato molto ricco o si tratta molto bene buon per lui, visto che ha fatto qualcosa di importante dando corpo a una classe media e ordine a una nazione sconvolta dalla rivoluzione antisovietica e dal suo esito oligarchico. Vladimir Putin è certamente il simbolo di un metodo di governo che purtroppo piace perché è pessimo, procede al netto risparmio delle libertà politiche e civili, limita fino a soffocarla la libera espressione della stampa e della società, offende in modo scabroso i diritti con un uso obliquo della forza, ribadisce e amplifica perfino i tratti di conformismo e sottomissione dell’homo sovieticus. Detto questo di un avversario molto speciale, pronto a darci il gas di cui abbiamo bisogno, esigente nelle contropartite, espansionista nel suo raggio di interessi euroasiatici e impiccione nella guerriglia cibernetica eccetera (un eccetera gigantesco e molesto), detto questo occorre osservare che è un ideologo per niente sprovveduto.

 

Il testo del suo discorso tenuto a Sochi giovedì scorso è impressionante. Non fumigavano gli incensi del cesaropapismo, come quando il capo della Russia si sposa alla sua chiesa autocefala ortodossa e si consacra ritualmente al cuore immacolato di Maria, uno spettacolino stucchevole e un già visto, e il tono era anzi condiscendente e prudente. Putin avverte che sui criteri di vita e di cultura dell’occidente non vuole immischiarsi, ciascuno fa quel che vuole e può, ma non intende importare né il modello della gender culture né il suo complemento generale, che è la cancel culture. Qui diventa naturalmente e spontaneamente efficace, si deve riconoscerlo, e annette al regime cui presiede il tesoretto prezioso della considerazione per la storia, più ancora che per la tradizione, e una certa linearità di ragionamento che nell’occidente di oggi fa scandalo e fa impressione. Precisa che non vuole difendere colonialismo, razzismo o sessismo, una congerie di fattori che anche per lui sono patologici, vuole soltanto spiegare la differenza tra le buone maniere di una cultura emancipata dalle sue vecchie magagne e l’etichetta obbligata di una nuova ideologia di regime.

 

Quando dice al Financial Times che la democrazia liberale ha qualcosa di obsoleto, bè, è un avvertimento sinistro non del tutto privo di acume o se vogliamo di malizia. Fare attenzione, prego. Ma quando dice, come ha fatto a Sochi, che la cancel culture, con la sua pretesa di abolire il passato storico, selezionando al suo interno in modo mitico e non critico, è peggio delle gesta celebri della Commissione di agitazione e propaganda del vecchio Partito comunista dell’Unione sovietica, ecco, qui diventa esplosivo, sarcastico e ironico insieme, convincente. L’accusa alle fobie e fole contemporanee dell’occidente procede con la lucidità di un Orwell, anche se in bocca a un emulo del Grande fratello. Putin segnala che si può rivedere nella cancel culture l’opera attiva di un partito-stato e di un regime-società che detta la linea ai biologi, ai musicisti, ai letterati e ai poeti. In un timbro di voce posato e sornione, dice cose che suonano enormi ai nostri orecchi, anche e sopra tutto perché dette da lui, da un erede di Stalin.

Il padrone del Cremlino, dalle cui stanze fu ordinata o riordinata la struttura di ogni biblioteca e la sceneggiatura di ogni storia ufficiale, non capisce o affetta di non capire come sia possibile fare le bucce a Shakespeare per ragioni di incompatibilità imposte dal correttismo politico contemporaneo. Ma non si limita a sbeffeggiare la pretesa di riscrivere il Bardo travolgendo la genialità e l’universalità della tradizione classica. Mette avanti con moderazione, come un dato ovvio di conservazione di un antico costume e criterio di vita, la famiglia cosiddetta naturale, e poi arriva l’affondo contro il modernismo postavanguardistico: insegnare a un bambino che si può e si deve ricercare la propria identità di genere liberamente, al di fuori di un controllo famigliare repressivo, è più o meno un crimine contro l’umanità. genitore 1 e 2 sono termini privi di senso se comparati a padre e madre.

 

Sono cose che abbiamo ascoltato e condiviso in bocca a papi, quando facevano il loro sporco mestiere, e ad anime libere in diversi campi, maschi e femmine, conservatori e innovatori. Ma dette da Putin con modi irridenti, dette da uno che siede su quel che fu il trono colossale del conformismo ideologico di stato, e dette come rivendicazione di autonomia strategica della Russia postcomunista da un occidente che tradisce il meglio di sé stesso, sono altrettanti segni di debolezza e di decrepitudine delle nostre pretese di giovinezza morale. Come scava la vecchia talpa.

“Il caso Weiss? Mi oppongo alle censure”, dice l’ex direttrice del New York Times

“Prendi una donna aggressiva, mettila al potere e vedi cosa succede”. La nostra conversazione con Jill Abramson, ex direttrice del New York Times, comincia così. Ci risponde dall’altra sponda dell’Atlantico, dove oggi insegna giornalismo a Harvard dopo un assai chiacchierato licenziamento dal quotidiano più noto del mondo.

   

Questa di Abramson è una storia potenzialmente perfetta: ci sono il femminismo, la gestione del potere, i soldi, le antipatie personali e un’industria, quella dell’informazione, travolta da una rivoluzione digitale che ha fatto vacillare certezze e autostima dei più veterani del settore. Quando venne licenziata nel 2014, dopo essere diventata la prima donna a dirigere il Nyt, Abramson disse che la decisione era stata causata da una gestione “non stellare” ed era stata giudicata “con due pesi e due misure” in quanto donna. Lasciò il giornale con una liquidazione che definì “niente” in confronto a quanto ottenne il suo predecessore Howell Raines. Pare che in redazione qualcuno l’avesse soprannominata la signora dalle “palle come meloni di ferro”. Altri l’hanno descritta come una tipa piuttosto irruenta. All’indomani del licenziamento la figlia l’ha fotografata in tenuta sportiva con tanto di guantoni e sacco da boxe. Abramson è persino sopravvissuta dopo essere finita sotto a un furgone della FedEx davanti alla sede del giornale. Insomma, non si fa fatica a credere che sia una tosta. L’abbiamo intervistata in occasione dello sbarco nelle librerie italiane di Mercanti di verità, saggio edito da Sellerio su presente e futuro del giornalismo.

  

“Le qualità assimilabili alla leadership che sarebbero positive in un uomo, in una donna diventano inappropriate. Accade a tutte quelle che arrivano in alto nelle loro carriere”, dice l’ex direttrice. Il suo licenziamento, sostenuto dall’allora caporedattore Dean Baquet, che poi l’avrebbe sostituita alla direzione, avvenne quasi in contemporanea alla presentazione di un “rapporto sull’innovazione” che aveva bocciato le strategie digitali del giornale. Abramson non si diede per vinta. Anzi, lasciato il posto decise di sfruttare le sue conoscenze per scrivere Mercanti di verità, cronaca pungente e mea culpa di 850 pagine a nome di un’esponente della stampa tradizionale consapevole di avere compreso in ritardo la trasformazione provocata dall’avvento del digitale e dei social media.

 

Tutto questo mentre emergevano esperimenti come Vice e BuzzFeed, all’inizio stigmatizzati per avere invaso il web delle loro liste in stile “10 bevande per tenervi idratati”, poi evoluti in aziende candidate al premio Pulitzer.  Ha mai pensato di non avere fatto abbastanza quando era alla guida del Nyt? “Sono incline a colpevolizzarmi per molte cose. Da direttrice ero sempre concentrata solo su cosa sarebbe finito in prima pagina, trascurando tutto il resto. Penso che avrei potuto gestire la transizione al digitale più velocemente”. 

 

Se i commentatori americani si appassionano quando si tratta di sparlare del New York Times, forse è anche perché il giornale ha dato filo da torcere, tra indiscrezioni su malumori interni e defezioni più o meno costanti. C’è chi attribuisce tutto questo all’ideologia woke, la nuova militanza progressista proveniente dai campus universitari. Un moralismo zelante che ha licenziato e fatto dimettere coloro che avevano pubblicato articoli considerati inappropriati. Parlando di giovani, lei ha definito i nuovi giornalisti digitali degli “hipster” che si vestono e si pettinano male come atto politico per dimostrare il loro disprezzo verso le gerarchie. Ritiene che anche i giovani reporter abbiano un problema con la “wokeness”? “Penso che avere un’ampia diversità in redazione sia una cosa buona. Quando ho iniziato la mia carriera erano tutti uomini bianchi. Se ti dai il compito di raccontare il mondo non puoi avere solo privilegiati della Ivy League, perché quello non è il mondo reale. Non credo in un eccesso di suscettibilità dei giovani, hanno solo più modi per esprimersi grazie ai social media”. 

 

Mi dirà, però, che è legittimo meravigliarsi se Bari Weiss ha lasciato il Nyt dopo avere detto che il nuovo direttore è Twitter. Lei la conosce? “Io mi oppongo a qualsiasi censura. Non credo che tutti meritino di essere ascoltati, ma le opinioni diverse devono trovare spazio. Rispetto il pensiero di Weiss, ma l’atmosfera che lei ha descritto non esisteva quando io ero al Nyt”. Prima di Bari Weiss era stata la volta del responsabile delle pagine editoriali James Bennett, rimosso dal giornale dopo avere acconsentito a pubblicare il contributo del senatore repubblicano Tom Cotton, che invocava l’uso dell’esercito contro chi manifestava per la morte di George Floyd. “In redazione i reporter più giovani erano indignati con il giornale perché aveva pubblicato quell’articolo. Conteneva debolezze fattuali ma in ogni caso ho pensato fosse stato ingiusto licenziarlo in quel modo”, dice Abramson. 

 

Torniamo al libro. Un tempo le persone leggevano il giornale e guardavano il notiziario prendendoli come il Vangelo. Come crede si ricostruisca quella fiducia? “Sono ottimista. Le persone avranno sempre il bisogno di storie che onorino la loro intelligenza e che siano ben scritte e curate. Invece sono pessimista se penso che le persone credono a tutto ciò che trovano online. È frustrante e pericoloso. Pensi a Fox News, che oggi è contro i vaccini”. Questo calo della fiducia è colpa della stampa o del pubblico? “Penso che molte persone siano attratte dal conflitto, e la politica negli Stati Uniti è raccontata come uno sport, con due squadre che si battono l’una contro l’altra. La verità è che ai tempi di Trump stavamo tutti facendo fortuna. Che lo si ami o meno, c’erano centinaia di storie al giorno su di lui. Gli abbonamenti crescevano e le copie anche. Se c’era Trump in copertina era una garanzia. Come Berlusconi, Trump ha capito prima di altri che essere una star della televisione lo avrebbe reso anche un eroe nazionale”. 

 

È verosimile pensare che Mercanti di verità abbia fatto arrabbiare molte persone potenti. Lo sguardo di Abramson al declino “morale” del giornalismo statunitense è pungente. Piegandosi alla logica del traffico e della viralità, il giornalismo ha distrutto la propria credibilità alimentando la speranza di una magra raccolta pubblicitaria. Una guerra impari contro i giganti della Silicon Valley. “In ufficio ero sola e depressa perché tutto riguardava il risparmio o la generazione di denaro”, confessa. Lei si è scagliata anche contro lo strapotere dei social media. Crede che la politica interverrà mai? “L’Europa è molto più aggressiva. Negli Stati Uniti c’è un esercito di lobbisti che si occupa di evitare qualsiasi regolamentazione. Sarà interessante vedere cosa farà il presidente Biden con il nuovo capo dell’Antitrust. Ma glielo dico francamente, non ci metterei la mano sul fuoco”.